Come funziona il lavoro a chiamata

Con il contratto di lavoro intermittente, denominato anche “lavoro a chiamata”, il lavoratore mette a disposizione di un datore di lavoro la propria prestazione lavorativa, sia a tempo indeterminato che a termine, con o senza l’obbligo di rispondere alla chiamata.

Dal punto di vista pratico, il contratto di lavoro intermittente prevede gli stessi costi di un ordinario rapporto di lavoro subordinato ma, si differenzia da quest’ultimo per l’assenza di un orario di lavoro predeterminato. L’orario di lavoro effettivo, infatti, sarà deciso con la “chiamata” del datore di lavoro che, prima della prestazione lavorativa, sarà tenuto a darne comunicazione all’Ispettorato del lavoro tramite apposite procedure telematiche. Pertanto, la sua applicazione si rivela estremamente utile per lo svolgimento di quelle attività che prevedono forti picchi di lavoro seguiti da periodi di stallo più o meno lunghi.

Condizione primaria per stipulare un contratto di lavoro intermittente è la discontinuità della prestazione. Può intendersi discontinua anche una prestazione resa per periodi di durata significativa, purché intervallati da una o più interruzioni, in modo tale che non vi sia una esatta coincidenza tra la durata del contratto e la durata della prestazione.

Il contratto di lavoro a chiamata è sempre ammesso per prestazioni rese da soggetti con meno di 24 anni o con più di 55 anni di età. Per i lavoratori che non rientrano in questi limiti di età, il ricorso al contratto di lavoro intermittente è ammesso nei casi previsti dai contratti collettivi nazionali di lavoro; infine, se il contratto collettivo applicato non disciplina il lavoro a chiamata, vi si può ricorrere per le attività discontinue previste dal Regio Decreto n. 2657/1923.

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Pause di lavoro da retribuire se si rimane a disposizione

Il criterio distintivo tra riposo intermedio, non computabile ai fini della determinazione della durata del lavoro, e semplice temporanea inattività, computabile invece a tali fini, anche nel lavoro discontinuo, consiste nella diversa condizione in cui si trova il lavoratore, ovvero se possa disporre liberamente di se stesso per un certo periodo di tempo anche se è costretto a rimanere nella sede del lavoro o, pur restando inoperoso, sia obbligato a tenere costantemente disponibile la propria forza di lavoro per ogni richiesta o necessità (Corte di Cassazione, ordinanza 09 ottobre 2018, n. 24828).

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Rimborso spese scolastiche per i figli dei lavoratori e dei loro datori di lavoro

Per i titolari, i soci, i coadiuvanti e i lavoratori dipendenti delle imprese artigiane con sede in Piemonte è possibile richiedere il rimborso delle spese scolastiche sostenute per i figli nell’anno 2017/2018, nella seguente misura:

a) Sussidio per frequenza asili nido
Fino a 600,00 euro nel caso di un solo figlio, dal secondo in poi fino a 400,00 euro per ogni figlio.

b) Sussidio per studi universitari
Fino a 400,00 euro nel caso di un solo figlio, dal secondo in poi fino a 200,00 euro per ogni figlio (sono esclusi gli studenti fuori corso).

c) Sussidio per testi scolastici (scuola media inferiore e superiore)
Fino a 300,00 euro nel caso di un solo figlio, dal secondo in poi fino a 150,00 euro per ogni figlio.

d) Sussidio per partecipazione a centri estivi (figli minori)
Fino a 200,00 euro per un solo figlio, dal secondo in poi fino a 100,00 euro per ogni figlio.

TUTTI I RIMBORSI POSSONO ESSERE CHIESTI A CONDIZIONE DI AVERE UN’ATTESTAZIONE ISEE INFERIORE A EURO 26.000.

Nel caso in cui l’attestazione Isee sia inferiore a Euro 26.000, invitiamo gli interessati a contattare il nostro studio per procedere con la pratica di rimborso.

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Vietato il pagamento dello stipendio in contanti

Dal 01/07/2018 il pagamento di qualsiasi compenso o stipendio può avvenire solo con strumenti tracciabili. Quindi, sono ammessi:
a) bonifico sul conto identificato dal codice IBAN indicato dal lavoratore;
b) strumenti di pagamento elettronico;
c) pagamento in contanti presso lo sportello bancario o postale dove il datore di lavoro abbia aperto un conto corrente di tesoreria con mandato di pagamento;
d) assegno consegnato direttamente al lavoratore o, in caso di suo comprovato impedimento, ad un suo delegato. L’impedimento s’intende comprovato quando il delegato a ricevere il pagamento è il coniuge, il convivente o un familiare del lavoratore.

In caso di pagamento con assegno, quindi, diventa anche necessario chiedere al lavoratore una ricevuta di consegna ove siano indicati gli estremi del lavoratore, la data del ritiro e gli estremi dell’assegno (data di emissione, importo e numero identificativo).

Il pagamento in contanti è ammesso solo nei seguenti casi:
– lavoratori domestici;
– lavoratori autonomi occasionali
– tirocinanti

In tutti gli altri casi, il pagamento in contanti comporta l’applicazione di una sanzione amministrativa compresa tra Euro 1.000 ed Euro 5.000. Inoltre, la firma sulla busta paga non costituisce prova dell’avvenuto pagamento.

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La firma sulla busta paga non prova il pagamento

Dalla sottoscrizione “per ricevuta” apposta dal lavoratore alla busta paga, non può trarsi, in maniera univoca, l’effettivo pagamento della somma indicata nel medesimo documento, né alcuna conseguenza in tema di oneri probatori gravanti sulle parti. Dunque, i prospetti paga, privi di alcuna indicazione ulteriore oltre alla dicitura “firma per ricevuta”, non hanno valore di quietanza riguardo alla concreta corresponsione delle somme in essi riportate (Corte di Cassazione, ordinanza 27 aprile 2018, n. 10306).

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